1.11.07

CLAUDIO (BIRMANIA 2, 17/10/2007)

Il 10 ottobre siamo ripartiti da Bagan con la speranza che
davvero si potesse alloggiare a 50 km. La strada e'
cominciata in salita dopo pochi chilometri e non ha smesso
per altri 40. Abbiamo costeggiato il monte Popa, un monte
sacro
alto 1500 metri. Lungo la strada si incrociano i soliti
villaggi di capanne e palafitte. In ogni villaggio non manca
mai una sala da the dove gente trascorre la giornata in
compagnia dei suoi amici. Nei villaggi piu' grandi si
possono trovare anche due ristorantini dove i camionisti
si fermano a riposare un po' le ossa.
In quella strada alternativa c'era una sola misera lingua di
asfalto dove passava a malapena un camion. Molte volte erano
costretti ad uscire fuori strada col risultato di squarciare
le gomme sui sassi. I camion in Birmania sono piuttosto
precari, un po' come tutti i mezzi che circolano nel paese.
Non ci sono le differenze che c'erano negli altri paesi del
Sud Est Asiatico o in China, in Birmania lo standard di vita
e' uguale per tutti. C'e' chi e' piu' ricco ma a ben poco di
piu' di un povero.

Molti pastori portano a pascolare le loro capre o buoi che
accudiscono con una fionda, se l'animale non si muove prende
una fiondata nel culo. Sono abbastanza pigri i pastori...

Raggiunta Kyaukpadang abbiamo avuto la bella sorpresa di non
essere accettati a dormire nell'unica guest hose della
citta'. La citta' successiva era a 100 km ed era troppo
tardi per raggiungerla ma di tornare indietro ci siamo
rifiutati. Il padrone della guest house era molto gentile e
ci spiegava che non poteva accettarci e se lo avesse fatto
avrebbe avuto grossi problemi. Ci ha indicato il monte Popa,
a 18 km ci ha confermato che avremmo potuto dormire ma
probabilmente era caro. Meglio una deviazione di 18 km che
spararsi 100 km alle 2 del pomeriggio. La strada e' stata
meta' in discesa e meta' in salita ma la parte che saliva
era un muro asfaltato. L'energia per fare quella salita
veniva dalla speranza di trovare un posto per dormire.

18 km e abbiamo raggiunto la base del monte Popa, uno
spettacolo unico. C'era un monastero costruito sulla vetta
di un monolite e alla base della roccia un piccolo paese in
stile tibetano. Sembrava un'angolo di Lhasa portato in
Birmania. Abbiamo alloggiato in un motel non molto lontano
dal monolite. La sera hanno tenuto il generatore acceso
finche' non siamo rientrati in stanza verso le 9 di sera,
dopo due candele ci hanno illuminato la stanza prima di
addormantarci.

Il giorno dopo alzati di buon ora siamo ripartiti per
Mekitila, una citta' a 120 km. Ormai eravamo abituati ad
alzarci presto, col fatto che in molti posti nessun albergo
ci accettava avevamo preso il giro di partire alle 7 di
mattina per non essere costretti a raggiungere la citta'
successiva col buio.

La strada per Meikitila era un continuo sali e scendi per i
primi chilometri, il paesaggio monotono smorzato un po'
dalla presenza dei buoi.
La stagione delle piogge quasi terminata ci ha regalato
ancora delle belle docce. Una volta al giorno prendevamo il
nostro acquazzone. La gente che viaggia con mezzi di
trasporto improvvisati e' penalizzata dalla stagione delle
piogge. Quando cominciava a piovere la gente ammucchiata nei
cassoni dei pick up o sui tetti dei minibus si copriva con
un telone cercando di bagnarsi il meno possibile.
Con la pioggia e le strade piene di sabbia le bici sono
sempre state in condizioni pietose. Attraversando i fiumi in
secca in mezzo alla sabbia era il colpo di grazia per le
catene e le corone. Avevo preso il giro di pulire le catene
ogni due giorni per evitare che si consumassero troppo.

Prima di raggiungere Meikitila abbiamo conosciuto un ragazzo
birmano che si stava dirigendo a casa di suo zio e faceva la
nostra stessa strada. Si ostinava a parlare inglese anche se
alle volte dalla bocca gli uscivano versi incomprensibili,
non stava zitto un attimo. Facevamo a turno con Patrizia per
non farci fondere il cervello. Prima di raggiungere la
citta' abbiamo incrociato l'autostrada in costruzione da
Yangon a Mandalay. Il ragazzo diceva che ci sarebbero voluti
6 anni per terminarla e poi avrebbe collegato le due citta'.
Mentre mi parlava di Yangon gli ho chiesto come si chiamava
il suo paese, "si chiama Birmania o Myanmar?" ma mi cambiava
discorso, gli ripetevo la domanda ma continuava a parlare d'
altro. Molti hanno paura a parlare del loro paese, nessuno
ci ha mai parlato male direttamente del loro governo. La
giunta militare ha cambiato il nome al paese chiamandolo
Myanmar, ha cambiato i nomi da Pagan a Bagan, da Rangoon a
Yangon, da Pago a Bago e trasferendo la capitale in mezzo
alla foresta a 400 km a nord da Yangon chiamndola Naipitaw.
Sono tutti consapevoli della dittatura a cui sono sottomessi
ma la maggior parte della popolazione ha paura delle
consueguenze se andasse a protestare.

Raggiunta Meikitila abbiamo trovato alloggio in un albergo
sul fiume e la mattina ci siamo alzati all'alba per
percorrere i 120 km per raggiungere Kalaw. Non era tanto il
chilometraggio ma i 1500 metri di dislivello. Avevamo
tracciato un'itinerario per raggiungere un lago in mezzo
alle montagne, una deviazione di 300 km che poi ci avrebbe
riportato a Meikitila una settimana dopo.

La strada e' stata in pianura per i primi 40 km e poi ha
cominciato a salire e procedere con numerosi sali e scendi .
Patrizia in pianura non ha problemi ma in salita soffre
sempre troppo, sembra una lumachina. Il pranzo per niente
energetico a base di riso e una coscia di pollo non ha
aiutato le nostre gambe nell'ultima parte di salita. Mentre
mangiavamo abbiamo conosciuto un tizio strano che era
sorpreso di conoscere due italiani, i primi due che avesse
mai visto. Spiegava in maniera bizzarra la strada in salita,
diceva che mancavano 10 km di pianura e poi la strada andava
su su su su su su u u u u u u u... Poi ha provato a
crestarci sul mangiare ma lo ha fatto in maniera tanto
stupida che lo abbiamo beccato subito e pagato il giusto.

Non aveva torto sulla strada, la salita era era davvero
dura, 25 km molto ripidi e un dislivello di 1000 metri.

Abbiamo costeggiato il fiume per diversi chilometri dove la
gente riempiva dei sacchi di sabbia e li caricava a mano sui
camion impiegando una giornata intera per effettuare un
carico. La merce pesante solitamente la trasportano in
testa, una volta abbiamo visto una donna che trasportava un
tronco appoggiato sul capo.
Il paesaggio era decisamente molto piu' bello del resto
della Birmania, le montagne sono molto meglio di una piatta
pianura. Il bamboo che nasce in quella regione viene usato
per costruire pannelli che serviranno per le pareti delle
capanne. Lo intrecciavano al bordo della strada e lo
esponevano nelle piazzole sterrate in attesa di clienti.
Le stazioni di servizio come nel resto della Birmania erano
baracche di legno con taniche e bottiglie di benzina e
gasolio anacquato.
Lungo quella strada transitavano molti camion carichi di
legname, tutti rigorosamente in sovracarico lungo quella
lingua di asfalto a tornanti.
In un tornante quasi in cima alla salita un camion bloccava
il passaggio a tutti i mezzi, aveva rotto una balestra ed
era quasi appoggiato su un fianco con una ruota anteriore
sollevata. Tutti i camionisti in coda consapevoli che ci
sarebbe voluta una giornata a muovere quel mezzo erano
tranquilli e seremi seduti sull'asfalto. La fretta e gli
orari non sono problemi che riguardano molti dei paesi
asiatici. Quando sposteranno il camion si potra'
poseguire...piu' semplice di cosi'. Per noi il problema era
minimo, un varco per passare con la bicicletta si trova
sempre e in serata col buio abbiamo raggiunto Kalaw.

Era da Shanghai che non mettevamo una felpa, il freddo delle
montagne era una benedizione, trascorrere qualche notte
senza ventilatore puntato addosso sembrava di essere in
un'altro mondo. La sera abbiamo mangiato in un ristorantino
nepalese, era davvero un'altro mondo.

Il giorno seguente siamo partiti con calma, avevamo solo 60
km da fare per raggiungere Inle Lake, l'unico lago in mezzo
alle montagne della Birmania.
La strada e' stata piu' discesa che salita e visto come
eravamo scoppiati e' stato meglio cosi'.
Raggiunto il lago abbiamo dovuto pagare tre dollari al
governo, le solite tasse per i posti piu' visitati nel
paese.
Siamo rimasti tre giorni a Inle Lake a riposare un po' le
ossa e sperare di fare una bella dormita. Purtroppo col
ritmo che avevamo ci ritrovavamo a dormire alle 9 e alle 7
di mattina eravamo gia' con gli occhi aperti.
Quella zona era molto turistica anche se di stranieri al
momento c'eravamo noi e altri 4 o 5. Tutti i locali erano
vuoti, chiunque ci guardava con la speranza che andassimo a
mangiare nel loro ristorante o a dormire nel loro albergo.
Abbiamo fatto una grande collezione di biglietti da visita,
chiunque per avere un po' di pubblicita' ci dava il suo
biglietto col risultato di avere il nostro portafogli pieno.
I birmani sono davvero cortesi, simpatici ed amichevoli,
cantano spesso quando lavorano, quando vanno in bici o
qualunque cosa facciano ma in questo periodo nei loro occhi
si legge una gran tristezza. C'e' tristezza nell'aria, c'e'
malinconia e si ci sente dei topi in trappola in un paese
che puoi raggiungere e lasciare solamente con un volo.

Abbiamo percorso una trentina di chilometri per raggiungere
il lago e goderci la vista. Usano canoe a motore per
trasportare le merci a tutti i paesini attorno al lago.
Alcune canoe sono usate come taxi, il mezzo piu' rapido per
arrivare a casa. Attorno al lago ci sono molti templi e
pagode dove i monaci anziani insegnano ai bambini. Fa
effetto vedere bambini rasati che indossano il saio
passeggiare per la
citta', fa ancora piu' effetto vedere le donne monache che
non avevo mai visto prima. Rasate anche loro e con un saio
rosa. I monasteri sono separati, uomini da una parte e donne
dall'altra.
In quel periodo che siamo stati a Inle Lake c'era un grande
festival che toccava tutti i templi e pagode attorno al
lago. Dopo una settimana sarebbe arrivato dove eravamo noi
ma c' era troppo tempo da aspettare e noi non lo avevamo.
Per l'occasione dipingevano le facciate dei templi e
tagliavano l'erba attorno.

Ogni giorno in Birmania era un'esperienza nuova,
completamente diverso dal resto del Sud Est Asiatico. Il
paesaggio non era niente di che' ma i birmani erano davvero
interessanti e stupivano sempre in qualche modo. Una volta
ci siamo fermati a fotografare due galli in piedi sulla
sella di una bicicletta, il padrone ci ha visti e sorridendo
ha chiamato i suoi galli che sono corsi da lui dentro la
capanna e gli sono saliti in braccio a farsi fare le
coccole.

Il 16 ottobre siamo ripartiti per tornare a Kalaw, questa
volta
con molta piu' energia di quando eravamo arrivati. Stare
fermi qualche giorno ci ha fatto bene.
Probabilmente per il festival che stava arrivando i monaci
lungo la strada elemosinavano con una ciotola di alluminio
piena di sassolini che scrollavano per fare rumore.
Allestivano capanne dove mettevano un megafono con della
musica e tutti in fila sbattevano le loro ciotole al
passaggio delle macchine.

Tornati a Kalaw ci siamo alloggiati in un'altra guest house
gestita da una famiglia del Bangladesh. Erano dei personaggi
inqueietanti che non hanno detto una parola. La mattina
hanno preso confidenza perche' gli serviva un consiglio per
le loro bici. Avevano due MTB che hanno comprato da due
viaggiatori, una aveva un problema al movimento centrale che
non potevo sistemargli senza attrezzi ma gli ho consigliato
come fare. Non potevo far altro. Poi ero piuttosto stordito,
la mattina ci avevano svegliato all'alba gli ululati dei
cani randagi. Ovunque in Birmania ci sono cani randagi e
quando le cagnette vanno in calore si salvi chi puo'!

Raggiungere nuovamente Meikitila e' stato uno spasso, siamo
partiti facendo 30 km di discesa, niente di meglio per
cominciare la giornata. La strada infangata dalla stagione
delle piogge ha inzozzato per l'ennesima volta le bici.
Continuare
a pulire le bici era una battaglia persa. E' che non
sopportavo di
sentire la catena che macinava con la sabbia con quello che
ci
erano costate risistemarle a Bangkok.

A Meikitila facciamo le scorte di biscotti per i giorni
seguenti. Da adesso si procede verso sud, verso Yangon.

Continua....

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