4.11.07

CLAUDIO (CALCUTTA, 4/11/2007)

Ciao Gente, siamo pronti a ripartire dopo una settimana di
stop a Calcutta.
Dieci giorni fa siamo atterrati qui a Calcutta da Yangon.
Abbiamo trascorso un'ora in aeroporto a rimontare le bici e
dividere un po' il bagaglio.
Durante il trasporto alla mia bici hanno rotto il campanello
e rovinato due denti a una corona mentre a quella di
Patrizia hanno dato un bel colpo alla forcella.
Fortunatamente niente di grave.

Siamo usciti dall'aeroporto di sera, raggiungere il centro
di Calcutta col buio e' stato un disastro. Traffico intenso
di bus, taxi e motorette col clacson a tutto spiano. Un caos
da mal di testa.

Raggiunto il centro abbiamo girato un'oretta per trovare una
sistemazione decente per le notti.
Molti indiani cercavano di aiutarci, ovviamente in cambio di
soldi per il loro servizio.

Calcutta e' diversa dal resto dell'India, sempre caotica ma
con meno spazzatura delle altre citta' e senza vacche che
circolano per strada. E' la citta' dei volontari che vengono
a prestare servizio da tutto il mondo. In molti vanno negli
ospedali di Madre Teresa che ovviamente li accolgono a
braccia aperte.
Non e' una grande citta' ma per me significa molto, e' qui
che quattro anni fa ho deciso di cambiare itinerario e fare
il giro del mondo anziche' andare al nord della Russia. Ho
rivisto quella piccola agenzia nelle vie del centro che
aveva esposta la mappa del mondo che mi ha ispirato.

Questa e' l'unica citta' in India dove circolano ancora i
Rickshaw trainati dalle persone. Contribuiscono a
intralciare il traffico ma sono comunque caratteristici. I
proprietari sono come avvoltoi nelle vie del centro per
acclappiare i turisti. Ovviamente il prezzo per i turisti e'
ben diverso che per gli indiani.
Gli indiani in se non mi dispiacciono anche se molti sono un
po' spacca maroni. Sono invadenti, non badano molto agli
altri, o meglio, non pensano minimamente che ad un'altra
persona potrebbe infastidire la loro invadenza. Alle volte
ci siamo trovati in coda per fare delle determinate cose e
loro con la massina naturalezza ci passavano davanti
salendoci anche sui piedi. Una volta eravamo in banca e
stavo parlando allo sportello col cassiere e un indiano si
e' messo in mezzo e ha consegnato i suoi fogli senza
preoccuparsi che io stavo consegnando i miei di fogli. Per
loro e' normale vivere cosi' quindi siamo noi che ci
dobbiamo abituare.

Per la citta' oltre ai rickshaw circola un numero illimitato
di taxi gialli. Sono delle Ambassador 1500, tutte costruite
in stile vecchio, o forse sono proprio vecchie. Nella nostra
via del centro c'e' un via vai di taxi e motorette, e' un
continuo concerto di clacson. La gente e' talmente abituata
che ormai non ci bada piu', suonarlo o non suonarlo non
cambierebbe niente.
Siamo alloggiati nella zona dove si sistemano tutti i
volontari quindi non mancano i "lussi" di una grande citta'
ma al di fuori la musica cambia.
Molta gente vive sui marciapiedi costruendo delle capanne
con teloni o materiale che recuperano nella spazzatura. Le
culle per i neonati sono dei fogli di cartone stesi sul
marciapiede. Quando i bambini si reggono in piedi vengono
mandati a elemosinare e a cercare nella spazzatura qualcusa
di commestibile che i ristoranti buttano via. In quei mucchi
di spazzatura la concorrenza di cani e corvi e' spietata,
chi arriva prima mangia di piu'.
Cucinano utilizzando il carbone e si lavano dalle pompe a
mano posizionate sul marciapiede. In alcuni punti punti
della citta' hanno piazzato dei pisciatoi all'aperto, si
riescono a localizzare dalla puzza a 50 metri di distanza.

I contrasti in India sono pazzeschi, da gente che muore di
fame sul marciapiede a macchine di lusso che circolano per
strada. La differenza da ricco a povero e' impressionante.

C'e' chi campa col suo negozietto recuperato da minuscole
cantine lungo la strada. Alcuni fanno dei piccoli bar dove
preparano il the, altri i frullati di frutta, chi si fa una
sartoria o un piccolo ristorantino con una panca dove il
cliente possa mangiare. Sono i posti piu' economici e non
manca mai qualcosa di buono.
I mezzi da lavoro solitamnte sono precari come
l'attrezzatura usata. In un cantiere non lontano dal nostro
albergo degli operai impastavano il cemento coi piedi per
poi infilarlo nei secchi con le mani e gettato per fare un
muretto.

Non abbiamo fatto molto qui a Calcutta ma ridendo e
scherzando non ci siamo fermati un'attimo. Abbiamo richiesto
il visto nepalese che abbiamo ottenuto in giornata, la parte
piu' complicata e' stata trovare l'ambasciata. Nelle strade
non sempre scrivono il nome della via e trovare la
destinazione puo' risultare un incubo. Per raggiunge
l'ambasiata abbiamo preso la metro dove c'e' una cosa
curiosa, scompartimanti per le donne e scompartimenti per
gli uomini. C'e' tanto di cartello in indiano e inglese che
indica dove sedersi.

L'altro giorno abbiamo cercato un negozio di bici per
cambiare una guaina per il mio freno dietro e un campanello
nuovo. Siamo finiti in una via di negozi di bici, e' stato
un salto di 20 anni indietro nel tempo. Tutte biciclette e
pezzi di ricambio che vedevo nei negozi da noi quando ero
bambino. Ho trovato una guaina marcia (ma meglio di quella
vecchia rotta) e un campanello che fa un rumore tipo
ranocchio agonizzante. Non potevamo trovare di meglio, e'
gia' stato un miracolo avere quei due pezzi.

Domani mattina partiremo verso ovest e in una decina di
giorni saremo a Varanasi, la citta' sacra sul fiume Gange.

Ciao a tutti, alla prossima!

Claudio
PATRIZIA (CALCUTTA, 27/10/2007 - 4/11/2007)

Ciao ragazzi,

vi scrivo da un internet cafe' di Sudder street a Calcutta.
Intorno ai tavoli con i computer sono appese borse, vestiti,
pantaloni, maglie, sciarpe...
Sono le 8 di sera e appena finiamo di scrivere andiamo a
cenare.

Siamo da dieci giorni a Calcutta. Abbiamo girato un po'
per le strade ed i vicoli. Visitato zone piu' povere,
grandi market e centri commerciali. Quando cammini per
strada c'e' perennemente il rumore assordante dei clacson,
taxi gialli che sembrano di un'altra epoca. Rickshaw tirati
a mano da uomini o anziani. Suonano un campanellino per
attirare la tua attenzione e chiederti se nuoi prendere il
rickshaw. Bancarelle e negozietti sono ricavati ovunque, in
ogni angolo e buco. Lungo la strada ci sono dei "pisciatoi"
(di solito due attaccati all'aria aperta divisi da un muro
che arriva fino a mezzo busto) dove gli uomini si fermano a
fare pipi girati di spalle. E' meglio tappare il naso quando
ci si passa davanti. In alcune zone i marciapiedi sono la
casa di qualcuno. Con legni e teloni e' costruita una
capanna. Bambini, uomini e donne li abitano. Fa effetto
vedere cani, corvi, gazze e uomini insieme che ravattano nei
mucchi di spazzatura per strada. Ci sono dei pompe a mano
lungo la strada, dove la gente piu' povere si lava, lava
tegami e stoviglie e prende l'acqua da bere.
E' molto caotica ma abbastanza pulita.

La zona dove ci sono tutti le guesthouse e gli hotel piu'
economici (qualita'/prezzo) e' Sudder street (e dintorni).
Ci sono ristoranti economici che cucinano indiano, cinese e
continentale. In una vietta parallela a Sudder street c'e'
un chioschetto pieno di frutta che prepara gustosi
milk-shake e ottimi succhi di frutta freschi. Ci sono
turisti e volontari. Chi sta per un mese, chi sei, chi di
piu'. Fanno volontariato per varie ONG presenti a Calcutta.

Abbiamo fatto qualche commissione. Cambiato la nostra guida
del sud-est asiatico con un'altra. Cercato e trovato dei
negozi di biciclette, ma veramente con delle bici e dei
pezzi di ricambio antichi e scadenti. Per fortuna serviva
solo un campanello per la bici di Claudio (lo hanno rotto in
aereo), una guaina per il freno e dell'olio, questo lo
abbiamo trovato in un ferramenta. Per il campanello era
indeciso fra un campanellino normale ed una trombetta tipo
quelle da stadio, ma poi a optato per il campanello (la
trombetta era troppo ingombrante!).Abbiamo richiesto il
visto al consolato nepalese.
Un giorno io ed un giorno Claudio siamo stati a letto con la
febbre, probabilmente l'aria condizionata ed i ventilatori!

Con nostra sorpresa, essendo convinti che la stagione delle
pioggie fosse finita, ha piovuto due giorni. Per evitare di
mettere i piedi nei laghi d'acqua che si creano in poche ore
di pioggia, abbiamo fatto delle deviazioni assurde per
raggiungere dei posti a 300 metri dalla guesthouse!
Dovrebbero esserci ancora una decina di giorni di possibile
pioggia e poi dovrebbe finalmente finire! E' da Shanghai che
prendiamo pioggia per un po' di giorni al mese! Fa caldo, ma
la sera si sta bene, e' un po' piu' fresco.

Stasera e' l'ultima qui a Calcutta, domani ripartiamo.
Direzione ovest. Verso Varanasi. E inzia la vera India...

A presto,

Patrizia

1.11.07

CLAUDIO (BIRMANIA 3, 26/10/2007)

Il 18 ottobre siamo partiti da Meikitala all'alba, per
raggiungere Pynmana mancavano 150 km e non volevamo
arrivarci di notte. La strada e' cominciata con dei sali e
scendi durati una ventina di chilometri e poi tutto in piano
per un centinaio di chilometri. Pedalando eravamo sempre
alle prese con le solite gare in bici, coi sorpassi dei
birmani che tentavano la fuga ma che dopo un paio di
chilometri eravamo costretti a risorpassarli.
A pranzo ci siamo fermati a Tatkon, una citta' a meta'
strada per Pynmana.
Non c'era molta scelta per fermarsi a mangiare e siamo
capitati in una sala da the dove facevano anche qualcosa da
mangiare. Il pranzo peggiore di tutta la Birmania,
uovo fritto su una fetta di pane, il tutto coperto con un
velo di zucchero. Dalla fame ne ho mangiati 3 ma alla fine
ne avevo la nausea.
Mentre mangiavamo sono entrati quattro personaggi che
dicevano di essere degli ispettori, hanno voluto il
passaporto per fotocopiarlo e si volevano assicurare che non
trascorressimo la notte nella citta'. La zona era vietata
agli stranieri e ci hanno avvisato che anche a Pynmana
avremmo avuto lo stesso problema. Il loro consiglio era di
raggiungere la citta' in serata e di prendere un bus per la
citta' successiva che distava altri 120 km. Erano
dispiaciuti mentre ci parlavano e giustificavano il fatto
dicendo: "e' il nostro lavoro".

Gli ultimi chilometri per raggiungere Pynmana sono stati
micidiali per Patrizia, sali e scendi per 30 km e la
consapevolezza di arrivare col buio in una citta' dove non
ci avrebbero accettato a dormire. Effettivamente per lei la
Birmania e' stata troppo dura, sveglia alle 6 e mezza e
pedalare per piu' di 150 km quasi tutti i giorni. In quegli
ultimi chilometri le e' venuto da piangere e se avesse avuto
ancora un po' di energia mi avrebbe messo le mani addosso...

Arrivati in citta' col buio abbiamo comunque cercato una
guest house per la notte. Abbiamo chiesto solamente ad una e
la risposta e' stata chiara, nessuno straniero puo' dormire
nella citta'. C'era un cliente dentro la guest house che
vedendoci in difficolta' cercava di spiegarci dove poter
passare la notte. Parlava di una "Hotel zone" dove gli
stranieri potevano trascorrere la notte. Con una mappa alla
mano ha chiesto ai padroni della guest house e ad altra
gente
di indicarci la zona ma nessuno aveva molto le idee chiare.
Ha contattato un mototaxi che per 3 dollari ci avrebbe
accompagnato all'hotel zone a 15 chilometri di distanza.

Simpatico il motodriver che vedendo Patrizia stanca le ha
proposto di guidare lei la moto e lui avrebbe pedalato.
Abbiamo rifiutato l'offerta, la bicicletta e' troppo
preziosa e Patrizia a guidare una moto di notte si sarebbe
ammucchiata dentro qualche cunetta.

Prima di raggiungere la zona degli hotel ci siamo resi conto
di dove eravamo finiti, in un cartello c'era scritto
Naypitaw, la nuova capitale della Birmania.
La citta' e' ancora in costruzione, la periferia e'
inquietante tipo le periferie cinesi tutte uguali. Abbiamo
percorso una strada a sei corsie tutta illuminata dai
lampioni e in mezzo al nulla c'era una rotonda decorata coi
fiori
e una fontana. La pelle d'oca e' arrivata vedendo la zona
degli hotel... una fila di resort da panico, lodge, piscine,
ristoranti e laghetti... Non avevamo molte alternative, ero
imbarazzato a pagare 3 dollari per il mototaxi e dopo una
trattativa coi padroni del resort abbiamo deciso di
trascorrere la notte. Avevo proposto al padrone di montare
la mia tenda nel giardino e pure Patrizia e' scoppiata a
ridere... Effettivamente la proposta era da ridere.

La stanza era un lusso esagerato, in quei metri quadri ci
sarebbero stati 12 letti matrimoniali. C'era ogni cosa che
uno desiderasse. Infradito di gomma per il bagno, infradito
di velluto per la camera e un accapatoio tipo quelli usati
da Rocco Siffredi.
Per cena pane e marmellata e caffe dell'albergo, unica cosa
gratis che si poteva bere...
Compresa nel prezzo c'era una mega colazione a buffet dove
abbiamo mangiato come bufali. C'era veramente l'imbarazzo
della scelta.
Anche nelle guest house da 10 dollari e' quasi sempre
compresa la colazione, uova fritte, marmellata e pane
tostato.

Troppo stanchi ma troppo caro il resort per fermarci
un'altra notte siamo partiti per Tongoo, una citta' a 120 km
di
distanza. Per i primi chilometri abbiamo percorso un pezzo
della
nuova autostrada che colleghera' Mandalay - Yangon. Al
momento e' ancora vietata ai camion per qualche strano
motivo, bici e carretti possono circolare... forse
dovrebbero
rivedere un po' il codice della strada.
Il resto della strada e' la solita lingua di asfalto mal
ridotto, molta gente stende il peperoncino a essicare
occupando un pezzo d'alsfalto costringendo macchine e camion
a frenare per non finire fuori strada. L'asfalto e' di
tutti!

Abbiamo raggiunto Tongoo col buio, ormai eravamo abituati a
partire
presto e arrivare tardi. Ci siamo alloggiati in una
bellissima guest
house di legno in mezzo alle risaie. Se non era per le
zanzare che ci divoravano sarebbe stato un paradiso.
La sera abbiamo mangiato in un ristorantino sulla strada e
il
padrone ci ha raccontato che era stato a Genova. Aveva
vissuto sulle navi per 12 anni, era un radiofonista ma poi
con la tecnologia troppo avanzata ha perso il suo lavoro.
Ormai coi sistemi satellitari i radiofonisti servono a poco.
E' bello parlare coi birmani, moltissimi parlano inglese ed
hanno una gran voglia di dialogare con gli stranieri.

Siamo rimasti due giorni a Tongoo per riposare, le colazioni
sul
terrazzo della guest house erano strane ma buone. Tutte
cosine preparate da loro, palline di riso fritte, cocco,
somosa, banane fritte e molta altra frutta. La cosa
inquietante era la padrona che ci guardava mangiare e ogni
cosa ci spiegava cos'era e domandava: "buono?!!". Abbiamo
dovuto mangiare fino all'ultima bricciola con lei come
un'avvoltoio che ci fissava.... se parlavo con Patrizia mi
diceva: "non ti piace?!!"... ma che palle! Dopo ha avuto la
brillante idea di prendere il ventilatore, metterlo sul
tavolo e puntarcelo in faccia...sembrava di fare colazione
su un motorino.

La tappa per il giorno seguente sarebbe stata la piu' dura
di tutte, per 200 chilometri non sapevamo se ci avrebbero
accettato a dormire. Visto com'erano andate le giornate
precedenti non avevamo molte speranze. Patrizia non mi ha
lasciato scelta... IL BUS! Ho provato a convincerla, ho
provato a proporle di prenderlo da sola che io l'avrei
raggiunta in serata ma niente! Le ho anche detto che io
patisco il bus... ma chi se ne frega! Era troppo determinata
a prendere un cazzo di bus. Quando si impuntano le donne non
ci esci vivo!

Abbiamo comprato i biglietti del bus per raggiungere Bago,
la
padrona della guest house si e' occupata di tutto. La
mattina ci
hanno buttato giu' dal letto, ci hanno impacchettato la
colazione e via
ad aspettare il bus in mezzo alla strada. La padrona della
guest house si era proposta di accompagnarci alla fermata ma
dopo che le avevamo pagato le notti con la moneta locale e
non coi dollari si era offesa e ci aveva mandato alla
fermata con una
ragazzina non molto arguta...povera ragazzina, non c'era
prorpio di testa. Avevamo il dubbio che ci caricasse sul bus
sbagliato.

Siamo partiti caricando le bici nel portabagagli del bus per
poi trasferirle dopo pochi chilometri in coda al bus legate
con le corde al
paraurti. Nei vani dovevano caricare dei sacchi di carbone e
le bici davano fastidio.
Ci siamo fermati a fare gasolio in una stazione di servizio
piuttosto mal messa. Hanno riempito il serbatoio con dei
secchi e attorno all'area di
servizio c'erano i cartelli "vietato fotografare".
Abbiamo impiegato cinque ore per raggiungere Bago, eravamo
sempre fermi a caricare gente. A meta' strada ho cominciato
a patire come una bestia, ho vomitato in un sacchettino che
ho lanciato dal finestrino e per tutta la durata del viaggio
ho rinfacciato a Patrizia di avermi fatto stare male! Basta
bus fino a casa! Patisco meno a fare 200 chilometri.

Arrivati a Bago abbiamo ricaricato le bici e pedalato pochi
chilometri per raggiungere il centro. Un tizio in motorino
ci ha accompagnati in una guest house fuori dalla citta' ma
molto
carina e silenziosa. Ne avevamo gia' girate alcune ma
cercavamo una guest house che avesse la TV satellitare
(vizio
mai cercato) per vedere l'ultima gara di formula uno. Il
proprietario mi aveva promesso che l'avrei vista in TV, l'ho
minacciato di non pagarlo se cosi' non fosse stato. Ridevamo
a parlare della formula uno, un motivo in piu' per
raccontarci qualcosa.
La sera il proprietario armeggiava con la TV preoccupato
perche' non si vedeva niente, continuava a fare zapping con
la speranza di beccare la formula uno. Le TV satellitari in
Birmania sono una figata, hanno un solo decoder in reception
ed e' il proprietario che decide cosa far guardare al
cliente in
camera. Verso le 23 col telefono interno mi ha chiamato
dicendo "sir, formula one!". Aveva trovato un canale dove
trasmettevano la formula uno, mancava ogni tanto il segnale
quindi le macchine andavano a tratti e non si capiva molto
ma andava bene lo stesso. Almeno l'audio era in inglese.

Siamo rimasti un giorno a Bago a girare per la citta',
bisognerebbe pagare al governo 10 dollari per visitare le
pagode all'interno ma ci siamo rifiutati. Ci siamo
accontentati di
vederle dall'esterno con le biciclette. Abbiamo trascorso
qualche ora
in una sala da the, alle volte si ha la sensazione di
tornare indietreo nel tempo di 50 anni.

Dopo aver pedalato 90 chilometri abbiamo raggiunto Yangon
nel primo
pomeriggio, ultima tappa in Birmania. Raggiungere il centro
e' stato un suicidio, code di bus e taxi paralizzano il
traffico.
Siamo andati avanti a zig zag tra i bus stando attenti alla
gente che
sputava dai finestrini e dalla gente che camminava in mezzo
alla
strada senza badare a chi stava passando. I clacson e le
grida
dei padroni dei bus in cerca di clienti era snervante, tutto
il caos che non c'e' in Birmania e' concentrato in quella
citta'. Abbiamo alloggiato in una guest house poco bella,
tutto era
caro e non offriva niente di buono. Avevamo una stanza con
due
letti e il bagno in comune con un indiano che pisciava
sempre fuori dalla tazza.
Siamo rimasti in citta' due giorni, giusto il tempo di
aspettare
il nostro volo per l'India.
Il padrone della guest house ci ha tranquillizzati sulla
situazione nel paese, con un filo di tristezza diceva che le
proteste erano finite, non c'era piu' il coprifuoco e che le
cose per loro non erano cambiate.

Il nostro albergo non era molto lontano dalla casa di Aung
San Suu Kyi, la leader democratica agli arresti domiciliari
dal 2002.
Il governo ha arrestato lei e il padre quando
inaspettatamente avevano vinto le elezioni nel '89. L'hanno
messa agli arresti domiciliari con l'opzione di essere
esiliata. Lei ha preferito restare in Birmania altrimenti
non sarebbe servito a nulla tutto quello che aveva fatto. Il
padre e' morto anni fa, le cause non si sanno, o meglio,
dicono che sia stato ucciso ma il governo "non e' stato".
Molta gente va a visitare Aung San Suu Kyi, e' la speranza
di tutti i birmani.

Ora la giunta ha fatto alcuni colloqui con lei, la gente
spera, i monaci sono pronti a protestare di nuovo... ma
all'occidente frega qualcosa?

Il 26 ottobre siamo andati in aeroporto, il volo e' stato
meno piacevole per le biciclette, questa volta le abbiamo
dovute smontare e impacchettare altrimenti non le
caricavano.
In un paio d'ore abbiamo raggiunto Calcutta, montato le bici
e raggiunto il centro della citta'. Ora siamo alloggiati in
una guest house in centro, tra qualche giorno ricominciamo a
pedalare verso il Nepal.

Ciao a tutti!

Claudio
CLAUDIO (BIRMANIA 2, 17/10/2007)

Il 10 ottobre siamo ripartiti da Bagan con la speranza che
davvero si potesse alloggiare a 50 km. La strada e'
cominciata in salita dopo pochi chilometri e non ha smesso
per altri 40. Abbiamo costeggiato il monte Popa, un monte
sacro
alto 1500 metri. Lungo la strada si incrociano i soliti
villaggi di capanne e palafitte. In ogni villaggio non manca
mai una sala da the dove gente trascorre la giornata in
compagnia dei suoi amici. Nei villaggi piu' grandi si
possono trovare anche due ristorantini dove i camionisti
si fermano a riposare un po' le ossa.
In quella strada alternativa c'era una sola misera lingua di
asfalto dove passava a malapena un camion. Molte volte erano
costretti ad uscire fuori strada col risultato di squarciare
le gomme sui sassi. I camion in Birmania sono piuttosto
precari, un po' come tutti i mezzi che circolano nel paese.
Non ci sono le differenze che c'erano negli altri paesi del
Sud Est Asiatico o in China, in Birmania lo standard di vita
e' uguale per tutti. C'e' chi e' piu' ricco ma a ben poco di
piu' di un povero.

Molti pastori portano a pascolare le loro capre o buoi che
accudiscono con una fionda, se l'animale non si muove prende
una fiondata nel culo. Sono abbastanza pigri i pastori...

Raggiunta Kyaukpadang abbiamo avuto la bella sorpresa di non
essere accettati a dormire nell'unica guest hose della
citta'. La citta' successiva era a 100 km ed era troppo
tardi per raggiungerla ma di tornare indietro ci siamo
rifiutati. Il padrone della guest house era molto gentile e
ci spiegava che non poteva accettarci e se lo avesse fatto
avrebbe avuto grossi problemi. Ci ha indicato il monte Popa,
a 18 km ci ha confermato che avremmo potuto dormire ma
probabilmente era caro. Meglio una deviazione di 18 km che
spararsi 100 km alle 2 del pomeriggio. La strada e' stata
meta' in discesa e meta' in salita ma la parte che saliva
era un muro asfaltato. L'energia per fare quella salita
veniva dalla speranza di trovare un posto per dormire.

18 km e abbiamo raggiunto la base del monte Popa, uno
spettacolo unico. C'era un monastero costruito sulla vetta
di un monolite e alla base della roccia un piccolo paese in
stile tibetano. Sembrava un'angolo di Lhasa portato in
Birmania. Abbiamo alloggiato in un motel non molto lontano
dal monolite. La sera hanno tenuto il generatore acceso
finche' non siamo rientrati in stanza verso le 9 di sera,
dopo due candele ci hanno illuminato la stanza prima di
addormantarci.

Il giorno dopo alzati di buon ora siamo ripartiti per
Mekitila, una citta' a 120 km. Ormai eravamo abituati ad
alzarci presto, col fatto che in molti posti nessun albergo
ci accettava avevamo preso il giro di partire alle 7 di
mattina per non essere costretti a raggiungere la citta'
successiva col buio.

La strada per Meikitila era un continuo sali e scendi per i
primi chilometri, il paesaggio monotono smorzato un po'
dalla presenza dei buoi.
La stagione delle piogge quasi terminata ci ha regalato
ancora delle belle docce. Una volta al giorno prendevamo il
nostro acquazzone. La gente che viaggia con mezzi di
trasporto improvvisati e' penalizzata dalla stagione delle
piogge. Quando cominciava a piovere la gente ammucchiata nei
cassoni dei pick up o sui tetti dei minibus si copriva con
un telone cercando di bagnarsi il meno possibile.
Con la pioggia e le strade piene di sabbia le bici sono
sempre state in condizioni pietose. Attraversando i fiumi in
secca in mezzo alla sabbia era il colpo di grazia per le
catene e le corone. Avevo preso il giro di pulire le catene
ogni due giorni per evitare che si consumassero troppo.

Prima di raggiungere Meikitila abbiamo conosciuto un ragazzo
birmano che si stava dirigendo a casa di suo zio e faceva la
nostra stessa strada. Si ostinava a parlare inglese anche se
alle volte dalla bocca gli uscivano versi incomprensibili,
non stava zitto un attimo. Facevamo a turno con Patrizia per
non farci fondere il cervello. Prima di raggiungere la
citta' abbiamo incrociato l'autostrada in costruzione da
Yangon a Mandalay. Il ragazzo diceva che ci sarebbero voluti
6 anni per terminarla e poi avrebbe collegato le due citta'.
Mentre mi parlava di Yangon gli ho chiesto come si chiamava
il suo paese, "si chiama Birmania o Myanmar?" ma mi cambiava
discorso, gli ripetevo la domanda ma continuava a parlare d'
altro. Molti hanno paura a parlare del loro paese, nessuno
ci ha mai parlato male direttamente del loro governo. La
giunta militare ha cambiato il nome al paese chiamandolo
Myanmar, ha cambiato i nomi da Pagan a Bagan, da Rangoon a
Yangon, da Pago a Bago e trasferendo la capitale in mezzo
alla foresta a 400 km a nord da Yangon chiamndola Naipitaw.
Sono tutti consapevoli della dittatura a cui sono sottomessi
ma la maggior parte della popolazione ha paura delle
consueguenze se andasse a protestare.

Raggiunta Meikitila abbiamo trovato alloggio in un albergo
sul fiume e la mattina ci siamo alzati all'alba per
percorrere i 120 km per raggiungere Kalaw. Non era tanto il
chilometraggio ma i 1500 metri di dislivello. Avevamo
tracciato un'itinerario per raggiungere un lago in mezzo
alle montagne, una deviazione di 300 km che poi ci avrebbe
riportato a Meikitila una settimana dopo.

La strada e' stata in pianura per i primi 40 km e poi ha
cominciato a salire e procedere con numerosi sali e scendi .
Patrizia in pianura non ha problemi ma in salita soffre
sempre troppo, sembra una lumachina. Il pranzo per niente
energetico a base di riso e una coscia di pollo non ha
aiutato le nostre gambe nell'ultima parte di salita. Mentre
mangiavamo abbiamo conosciuto un tizio strano che era
sorpreso di conoscere due italiani, i primi due che avesse
mai visto. Spiegava in maniera bizzarra la strada in salita,
diceva che mancavano 10 km di pianura e poi la strada andava
su su su su su su u u u u u u u... Poi ha provato a
crestarci sul mangiare ma lo ha fatto in maniera tanto
stupida che lo abbiamo beccato subito e pagato il giusto.

Non aveva torto sulla strada, la salita era era davvero
dura, 25 km molto ripidi e un dislivello di 1000 metri.

Abbiamo costeggiato il fiume per diversi chilometri dove la
gente riempiva dei sacchi di sabbia e li caricava a mano sui
camion impiegando una giornata intera per effettuare un
carico. La merce pesante solitamente la trasportano in
testa, una volta abbiamo visto una donna che trasportava un
tronco appoggiato sul capo.
Il paesaggio era decisamente molto piu' bello del resto
della Birmania, le montagne sono molto meglio di una piatta
pianura. Il bamboo che nasce in quella regione viene usato
per costruire pannelli che serviranno per le pareti delle
capanne. Lo intrecciavano al bordo della strada e lo
esponevano nelle piazzole sterrate in attesa di clienti.
Le stazioni di servizio come nel resto della Birmania erano
baracche di legno con taniche e bottiglie di benzina e
gasolio anacquato.
Lungo quella strada transitavano molti camion carichi di
legname, tutti rigorosamente in sovracarico lungo quella
lingua di asfalto a tornanti.
In un tornante quasi in cima alla salita un camion bloccava
il passaggio a tutti i mezzi, aveva rotto una balestra ed
era quasi appoggiato su un fianco con una ruota anteriore
sollevata. Tutti i camionisti in coda consapevoli che ci
sarebbe voluta una giornata a muovere quel mezzo erano
tranquilli e seremi seduti sull'asfalto. La fretta e gli
orari non sono problemi che riguardano molti dei paesi
asiatici. Quando sposteranno il camion si potra'
poseguire...piu' semplice di cosi'. Per noi il problema era
minimo, un varco per passare con la bicicletta si trova
sempre e in serata col buio abbiamo raggiunto Kalaw.

Era da Shanghai che non mettevamo una felpa, il freddo delle
montagne era una benedizione, trascorrere qualche notte
senza ventilatore puntato addosso sembrava di essere in
un'altro mondo. La sera abbiamo mangiato in un ristorantino
nepalese, era davvero un'altro mondo.

Il giorno seguente siamo partiti con calma, avevamo solo 60
km da fare per raggiungere Inle Lake, l'unico lago in mezzo
alle montagne della Birmania.
La strada e' stata piu' discesa che salita e visto come
eravamo scoppiati e' stato meglio cosi'.
Raggiunto il lago abbiamo dovuto pagare tre dollari al
governo, le solite tasse per i posti piu' visitati nel
paese.
Siamo rimasti tre giorni a Inle Lake a riposare un po' le
ossa e sperare di fare una bella dormita. Purtroppo col
ritmo che avevamo ci ritrovavamo a dormire alle 9 e alle 7
di mattina eravamo gia' con gli occhi aperti.
Quella zona era molto turistica anche se di stranieri al
momento c'eravamo noi e altri 4 o 5. Tutti i locali erano
vuoti, chiunque ci guardava con la speranza che andassimo a
mangiare nel loro ristorante o a dormire nel loro albergo.
Abbiamo fatto una grande collezione di biglietti da visita,
chiunque per avere un po' di pubblicita' ci dava il suo
biglietto col risultato di avere il nostro portafogli pieno.
I birmani sono davvero cortesi, simpatici ed amichevoli,
cantano spesso quando lavorano, quando vanno in bici o
qualunque cosa facciano ma in questo periodo nei loro occhi
si legge una gran tristezza. C'e' tristezza nell'aria, c'e'
malinconia e si ci sente dei topi in trappola in un paese
che puoi raggiungere e lasciare solamente con un volo.

Abbiamo percorso una trentina di chilometri per raggiungere
il lago e goderci la vista. Usano canoe a motore per
trasportare le merci a tutti i paesini attorno al lago.
Alcune canoe sono usate come taxi, il mezzo piu' rapido per
arrivare a casa. Attorno al lago ci sono molti templi e
pagode dove i monaci anziani insegnano ai bambini. Fa
effetto vedere bambini rasati che indossano il saio
passeggiare per la
citta', fa ancora piu' effetto vedere le donne monache che
non avevo mai visto prima. Rasate anche loro e con un saio
rosa. I monasteri sono separati, uomini da una parte e donne
dall'altra.
In quel periodo che siamo stati a Inle Lake c'era un grande
festival che toccava tutti i templi e pagode attorno al
lago. Dopo una settimana sarebbe arrivato dove eravamo noi
ma c' era troppo tempo da aspettare e noi non lo avevamo.
Per l'occasione dipingevano le facciate dei templi e
tagliavano l'erba attorno.

Ogni giorno in Birmania era un'esperienza nuova,
completamente diverso dal resto del Sud Est Asiatico. Il
paesaggio non era niente di che' ma i birmani erano davvero
interessanti e stupivano sempre in qualche modo. Una volta
ci siamo fermati a fotografare due galli in piedi sulla
sella di una bicicletta, il padrone ci ha visti e sorridendo
ha chiamato i suoi galli che sono corsi da lui dentro la
capanna e gli sono saliti in braccio a farsi fare le
coccole.

Il 16 ottobre siamo ripartiti per tornare a Kalaw, questa
volta
con molta piu' energia di quando eravamo arrivati. Stare
fermi qualche giorno ci ha fatto bene.
Probabilmente per il festival che stava arrivando i monaci
lungo la strada elemosinavano con una ciotola di alluminio
piena di sassolini che scrollavano per fare rumore.
Allestivano capanne dove mettevano un megafono con della
musica e tutti in fila sbattevano le loro ciotole al
passaggio delle macchine.

Tornati a Kalaw ci siamo alloggiati in un'altra guest house
gestita da una famiglia del Bangladesh. Erano dei personaggi
inqueietanti che non hanno detto una parola. La mattina
hanno preso confidenza perche' gli serviva un consiglio per
le loro bici. Avevano due MTB che hanno comprato da due
viaggiatori, una aveva un problema al movimento centrale che
non potevo sistemargli senza attrezzi ma gli ho consigliato
come fare. Non potevo far altro. Poi ero piuttosto stordito,
la mattina ci avevano svegliato all'alba gli ululati dei
cani randagi. Ovunque in Birmania ci sono cani randagi e
quando le cagnette vanno in calore si salvi chi puo'!

Raggiungere nuovamente Meikitila e' stato uno spasso, siamo
partiti facendo 30 km di discesa, niente di meglio per
cominciare la giornata. La strada infangata dalla stagione
delle piogge ha inzozzato per l'ennesima volta le bici.
Continuare
a pulire le bici era una battaglia persa. E' che non
sopportavo di
sentire la catena che macinava con la sabbia con quello che
ci
erano costate risistemarle a Bangkok.

A Meikitila facciamo le scorte di biscotti per i giorni
seguenti. Da adesso si procede verso sud, verso Yangon.

Continua....
CLAUDIO (BIRMANIA 1, 10/10/2007)

Ciao Gente, siamo arrivati da una settimana a Calcutta con
un volo da Yangon. Avrei voluto scrivere prima ma c'era
troppo da raccontare e ci sono voluti un po' di giorni per
mettere giu' il resoconto. Abbiamo trascorso quasi un mese
in Birmania senza poter comunicare con internet, ora vi
racconto un po' di cose...

Il 3 ottobre abbiamo definitivamente deciso di andare in
Birmania, avevamo il volo il 4 ottobre. Le notizie su
internet erano confuse, notizie dal paese non se ne avevano
in quanto il governo aveva bloccato le connessioni a
internet in tutto il paese ma io avevo una gran voglia di
andare in Birmania, avevo gia' rinunciato 4 anni fa per le
frontiere chiuse e rinunciare una seconda volta era pesante.
Patrizia era un po' meno convinta ma abbiamo deciso comunque
insieme di andare lo stesso.

L'ultima notte in Thailandia e' stata drammatica, Patrizia
non riusciva a dormire, all'ultimo le e' venuta paura della
Birmania. Ci siamo ritrovati a l'una di notte a passeggiare
per Chiang Mai per farle passare un po' l'ansia e abbiamo
deciso di non partire piu', a malincuore rinunciavo la
seconda volta alla Birmania ma non potevo insistere.
Il giorno dopo siamo andati alla compagnia aerea per avere
il rimborso del biglietto in quanto non avremmo volato in
Birmania. Il rimborso lo avremmo avuto del 50% e dopo un
mese, voli da Chiang Mai per Calcutta non c'erano, tornare a
Bangkok e volare a Calcutta era troppo caro quindi....
Mancavano due ore al nostro volo per la Birmania e Patrizia
si e' fatta coraggio per andare. Via di corsa in albergo,
fatte le valige e siamo andati in aeroporto.

In aeroporto e' stato meraviglioso, abbiamo dovuto solo
sgonfiare le gomme alle bici e le avrebbero caricate senza
doverle impacchettare. Facendo cosi' non avevamo il
problema del bagaglio troppo pesante, le bici non sono
neppure passate dal check in, le hanno portate a mano
direttamente sul nostro aereo.

Non c'erano molti stranieri in coda per la Birmania, i piu'
tanti avevano cambiato le loro destinazioni per paesi piu'
sicuri.
L'aereo era da panico, uno di quegli aeroplanini da film
comici con le ruote mezze sgonfie e due eliche sulle ali.

Siamo atterrati a Mandalay dopo un'ora di volo. L'aeroporto
era semiabbandonato, e' usato solo per linee domestiche e
due voli a settimana per la Thailandia. All'immigrazione e
la dogana sono bastati pochi minuti, dentro l'aeroporto non
c'era assolutamente niente, tutto lasciato all'abbandono.
Abbiamo preso un taxi per raggiungere Mandalay, era troppo
tardi per percorrere 45 km per raggiungere la citta'. Al di
fuori dell'aeroporto c'era un consorzio di tassisti, uno
gestiva i prezzi e poi assegnava il taxi piu' addatto... Con
17 dollari ci hanno caricato a noi e le bici in un taxi
marcio e abbiamo raggiunto la citta' in un ora. Eravamo
tutti e due seduti sul sedile davanti, il resto era occupato
dalle
bici e dai bagagli.

Sono bastati pochi chilometri per notare la differenza dello
standar di vita tra Thailandia e Birmania. Il salto di
qualita' verso il basso e' notevole.
Raggiunta Mandalay ne abbiamo avuto la conferma. I mezzi che
circolano per strada sono vecchie macchine degli anni '80,
la maggior parte con la guida a destra anche se il senso di
marcia e' uguale a quello italiano. Le macchine sono state
importate
dall'India e dalla Thailandia. Alcuni usano carretti
trainati da cavalli in molti usano trasporti pubblici che
sono in maggioranza furgoni allestiti per trasporto persona
o pick up dove la gente si ammucchia come puo'.
La citta' e' sporca e non offere niente di che', alcuni
vivono sul marciapiede e per lavarsi usano delle vasche in
cemento piene d'acqua posizionate in alcuni angoli della
citta'.

La gente veste in maniera tradizionale, gli uomini indossano
delle lunghe gonne che gli arrivano alle caviglie, solo in
pochi indossano pantaloni. Come in India masticano degli
impasti di foglie che sputano continuamente macchiando di
rosso marciapiedi e strade. Abbiamo rischiato piu' di una
volta di essere presi da uno sputo. Lo fanno tanto
spontaneamente che non badano a chi passa.
La maggior parte delle della gente, uomini, donne e bambini
dipingono la loro faccia con degli impasti bianchi.
Disegnano le guancie, il naso e a volte la fronte. Lo fanno
principalmente per il sole ma lo usano anche come ornamento.
I birmani sono persone squisite, sono molto gentili e
amichevoli. Per porgere la roba verso qualcuno fanno un
inchino in segno di rispetto, piu' o meno come i nepalesi.
La
religione piu' diffusa e' il buddismo, seguita dai
mussulmani, indu e una piccola percentuale di cristiani.
Molti di loro sono arrivati da alcune generazioni dai paesi
confinanti cosi' ci sono persone con gli occhi a mandorla e
altri che assomigliano molto agli indiani.

Ci alloggiamo in una guest house dove non facciamo neppure
in tempo a chiedere il prezzo che appena siamo scesi dal
taxi ci hanno assaltato prendendo le bici e i bagagli e
portate in reception. La caccia allo straniero in quel
periodo era di vitale importanza. E' l'unica fonte di
sostentamento per una guest house.

Il pomeriggio abbiamo girato per la citta' e dopo pochi
minuti che camminavamo abbiamo conosciuto un tipo, Moris, un
tizio che aveva un negozietto di marionette e gioielli.
Cambiamo i soldi da lui, non ci sono bancomat nel paese da
quando il governo ha fatto chiudere tutte le banche
straniere in Birmania. Moris ci ha fatto il cambio migliore
per i nostri dollari. Ci ha raccontato qualcosa della
situazione attuale del pese, tutti gli internet sono
bloccati e non c'e' uno straniero a pagarlo. Ci ha portato
nel suo negozietto a cambiare i dollari e cercava di
venderci qualcosa e diceva: "capite, prima passavano piu'
stranieri ed era facile prendere qualche pesce, ora non ci
sono pesci, ci siete solo voi due..." .

Siamo rimasti due giorni a Mandalay giusto per "capire" il
paese e organizzarci un po' prima di pedalare verso sud. Nel
pomeriggio del giorno seguente abbiamo conosciuto un
tassista, ha fatto il possibile per portarci in giro col suo
taxi.
Abbiamo fatto un giretto di un paio d'ore tra laboratori di
artigiani che costruiscono marionette, il mercato dei
gioielli
dove lavoravano le pietre con dei macchinari dell'antiguerra
e una pagoda non lontano dal centro.
Girando col taxi abbiamo visto dei militari che dormivano
all'ombra sotto il loro camion, altri in infradito sotto gli
alberi e delle barricate di filo spinato pronte all'uso al
bordo della strada.
Non avevamo granche' voglia di fare il giro col taxi ma non
sapevo dire di no al tassista. Sono in una condizione
disperata, ad agosto la giunta ha avuto la bella trovata di
aumentare il carburante del 200% mandando alla rovina molte
persone e sopratutto chi faceva il tassista che si e'
ritrovato da un giorno all'altro senza nessun cliente.
Aumentando di cosi' tanto il carburante per forza di cose
hanno dovuto aumentare il prezzo della corsa rimanendo pero'
senza clienti.
Ci chiedeva per piacere di fare un giro sul suo taxi, "non
vi chiedo l'elemosina, vi chiedo solo di fare un giro almeno
compro da mangiare per la mia famiglia", era da tanto che
non aveva un cliente quel poveretto.
Sul taxi ci ha raccontato un po' delle proteste, del fatto
che tanta gente come lui non ha partecipato per paura,
perche' se non fosse piu' tornato a casa suo figlio e sua
moglie avrebbero avuto una vita troppo difficile. Tanta
gente avrebbe voluto manifestare e tanta gente lo ha fatto
ma alcuni sono morti e la gente aveva paura di perdere quel
poco che gli era rimasto.

Interessante veder costruire le marionette, la Birmania
e' il paese delle marionette, gli artigiani le costruiscono
e poi le appendono per il collo per esporle nei loro negozi.
In questo periodo le marionette sono piene di polvere, tutte
appese per il collo come degli impiccati.... alle volte la
Birmania mi e' sembrato il paese della tristezza, c'e' tanta
ingiustizia chiusa li dentro, chiusa tra due frontiere che
non apriranno ancora per molti anni e a nessuna potenza
occidentale frega una sega di quello che sta succedendo. Ci
fosse stato il petrolio come in Iraq la democrazia
l'avrebbero gia' importata da anni ma con le poche risorse
che ha la Birmania non ne vale pena....

Prima di partire da Mandalay abbiamo incontrato Moris per
cambiare altri dollari, questa volta ci ha portati da un suo
amico, da un suo amico ricco diceva... arrivati alla sua
porta si e' messo a gridare " hey amico ricco due stranieri
vogliono cambiare 300 dollari!!!". Probabilmente ci ha
sentito chiunque in citta'... Abbiamo cambiato i soldi
seduti nel suo garage come quattro contrabbandieri. L'amico
ricco esportava delle gomme dell'acqua in Malesia, quando e'
arrivata la moglie aveva in mano 10 mazzette di soldi che
abbiamo dovuto imboscare anche nelle mutande per tornare in
albergo.

Il 6 ottobre si comincia a pedalare, partiamo abbastanza
presto ma prima di uscire dalla citta' siamo obbligati a
fermarci al bordo della strada. La polizia bloccava il
traffico per lasciare libero spazio ai militari che dovevano
transitare. Sono passati diversi camion con i militari in
tenuta d'assalto. Non era una cosa rassicurante visto che
andavamo entrambi nella stessa direzione.
Nella periferia della citta' era un via vai di biciclette,
tutti lavoratori che si recavano nelle fabbriche o nelle
officine fuori dalla citta'. Tutti trasportavano la loro
gavetta con riso e altri condiomenti. Per alcuni di loro noi
eravamo un'insulto al loro orgoglio quando li sorpassavamo e
cosi' cominciavano le gare che finivano con un loro sorpasso
prima di fermarsi e guardarci come due sconfitti...
Le nostre bici sono due mezzi inesistenti nel paese, molta
gente era allibita a guardarle e sorpassare due mostri del
genere era un emozione troppo grossa per essere sorvolata.

La strada ha costeggiato per molti chilometri la ferrovia
dove transita raramente un treno a gasolio con pochi
vagoni. Lungo la strada circolano sopratutto camion e
autobus anche se la maggior parte di quelli e' stata
soppressa per l'aumento del carburante. Stazioni di servizio
in Birmania saranno 5 o 6, il resto del rifornimento e' in
taniche e bottiglie esposte lungo la strada in qualche
baracca di legno.

Dopo 50 km abbiamo raggiunto Kyaukse, una piccola citta'
dove abbiamo mangiato e deciso di passare la notte perche'
la citta' successiva era troppo distante da raggiungere in
giornata. Alla prima guest house che abbiamo chiesto la
risposta e' stata un secco NO. Ne abbiamo girate altre due
ma la risposta non e' cambiata, anzi, uno ci ha detto
"nessun straniero puo' dormire qui, non abbiamo il permesso
per accettarvi". Siamo andati alla stazione di polizia dove
abbiamo chiesto aiuto ed era meglio non andare. Ci hanno
accompagnato alla stessa guest house che eravamo stati a
chiedere pochi minuti prima ma la risposta non e' cambiata.
Ci hanno riportato in caserma e fatto attendere mezz'ora per
poi dirci "tornate indietro a Mandaly che qui non potete
stare, e' un ordine". Lo avrei mandato a cagare anche se
tutto sommato loro non avevano nessun potere.
E' stato frustrante fare 100 chilometri e ritrovarsi
un'altra volta a Mandalay. I piu' felici erano quelli della
guest house che ci hanno ringraziato per essere tornati a
dormire da loro...
Per consolazione ci siamo mangiati un doppio gelato al Nylon
Ice Cream di Mandalay, l'unica cosa di decente in quella
grigia citta'.

Il 7 ottobre ci siamo alzati ancora prima per poter
percorrere 160 km e raggiungere Mingyan, una citta' dove ci
avrebbero accettati a dormire.
Ripassando per la stessa strada abbiamo oltrepassato
un'altra volta Kyaukse e raggiunto il bivio per Mingyan dove
abbiamo pranzato. Il pasto e' stato molto misero, una
ciotola di riso bollito e altre ciotoline, ognuna contenente
una salsa, carne e verdure. Tutto solitamente troppo
piccante per il nostro palato.
Dalla strada bella siamo finiti in una stradina asfaltata
che abbiamo percorso per altri 90 km. Una misera striscia di
asfalto dove ogni volta che incrociavamo un camion dovevamo
uscire fuori strada perche' in due non passavamo.
Il paesaggio era monotono, risaie e paludi che la stagione
delle piogge regala. In quelle paludi la gente fa il bagno,
lava le pentole, le macchine e i vestiti.
Non sempre la stagione delle piogge e' una cosa fastidiosa.
Hanno molto rispetto per l'acqua, e' un dono dal cielo anche
se gli allaga la casa o gli crea disagi notevoli. Ad esempio
per noi e' una maledizione, pedalare sotto l'acqua e' troppo
fastidioso, viene male al sedere che sfrega nei
pantaloni...sorvoliamo il discorso dei maroni che patiscono
notevolmente bagnati...

Le case al di fuori delle citta' sono di legno, solitamente
palafitte per il discorso dell'acqua. Sono davvero rare le
costruzioni di cemento fuori dai centri abitati.

Col fatto che hanno ridotto il transito di autobus e altri
trasporti pubblici moltissimi si spostano in bicicletta e
chi puo' da passaggi a qualcuno trasportandolo sul
portapacchi. Alcune volte ci e' capitato di essere fermati
da qualcuno con la speranza che lo portassimo a casa.
Sembrava maleducazione ma abbiamo ovviamente sempre
rifiutato, ne abbiamo abbastanza del nostro peso...

Col buio abbiamo raggiunto Mingyan, 168 km per Patrizia sono
stati davvero devastanti. Un tizio in bicicletta ci ha
aiutato a trovare una guest house per passare la notte e
nonostante fosse cara e' stata una benedizione poter avere
un letto per la notte.
La cena e' stata misera come il pranzo, forse peggio ma non
avevamo molte alternative. Fortuna abbiamo trovato delle
mele che ci hanno riempito un po' la pancia altrimenti era
drammatica.
Abbiamo condiviso la stanza con un topo che per fortuna non
ha assaltato la borsa coi biscotti e il latte. Probabilmente
era un topo raffinato o magari conosceva i biscotti e
sopratutto il latte... La colazione era uno schifo, latte
acido e biscotti abominevoli...bel modo di cominciare la
giornata.

Per raggingere Bagan abbiamo percorso 70 chilometri di cui
50 sterrati. Per arrivare a quella citta' gli autobus e i
camion percorrono un'altra strada asfaltata ma molto piu'
lunga. La strada sterrata costeggiava la ferrovia
attraverso un paesaggio stupendo. Alcuni ponti sui fiumi
erano in comune con la ferrovia, attraversavamo il ponte in
mezzo ai binari. Dove non c'era il ponte attraversavamo il
fiume in secca e molte volte siamo stati costretti a
spingere la bici a mano che affondavano nella sabbia.
Lungo quella strada incrociavamo villaggi di capanne, palme
e buoi presenti in ogni angolo della Birmania. I piu' poveri
si spostano con carri trainati dai buoi, quelli un po' piu'
ricchi hanno un cavallo e i capitalisti un motorino.

Per pranzo abbiamo trovato solamente 8 banane, e' stata
comunque una benedizione avere qualcosa da mangiare. Lungo
le strade in Birmania prima di raggiungere una citta' e'
posizionato un pedaggio ovviamente gratis per le biciclette.
Niente di futuristico, una sbarra con un birmano che la alza
e l'abbassa per far passare i mezzi.

Raggiunta Bagan abbiamo trovato una guest house con l'aiuto
di una signora che ci ha accompagati. La gente e' sempre
disponibile ad aiutare stranieri, alcuni lo fanno per
qualche moneta ma la maggior parte lo fa per piacere.
In citta' e' obbligatorio pagare 10 dollari che vanno nelle
tasche del governo, e' una zona sacra dove si trovano oltre
4000 templi
buddisti.
Rimaniamo fermi un giorno per visitare tutta la zona, un
percorso di 34 chilometri attorno ai templi. In ogni templio
togliamo le scarpe per visitarlo all'interno e in alcuni era
vietato fare foto e riprese. Alcuni templi in mezzo alla
steppa erano nidi di pipistrelli che avevano l'imbarazzo
della
scelta di dove abitare. In serata abbiamo raggiunto un
templio da dove c'era una vista incredibile di tutta la
zona. Templi a perdita d'occhio a 360 gradi. Abbiamo atteso
il tramonto con tutta la gente che cercava di venderci
dipinti, cartoline o altri souvenir. Altri cercavano di
barattare le nostre bici con il loro motorino o altre cose
che ci potessero interessare. Altri insistevano per farci un
giro ma sinceramente di farmcela spaccare in uno stato dove
parti di ricambio per biciclette non esistono sarebbe stato
da matti.

La sera abbiamo controllato la mappa e chiesto informazioni
in
guest house per organizzare bene o male la tappa per il
giorno dopo. In un paese normale non sarebbe necessario ma
in Birmania e' d'obbligo informarsi bene prima di ripetere
un'altro avanti e indietro come il primo giorno. La gente e'
comunque molto incerta di quello che possiamo trovare lungo
la strada, molti non sono a conoscenza che la maggior parte
degli alberghi non accetta stranieri.
La mattina prima di partire un ragazzo ci conferma che a
Kyaukpadang, una citta' a 50 chilometri da Bagan, si puo'
alloggiare senza problemi.

Il 10 ottobre ripartiamo verso sud.

Continua...
PATRIZIA (NAYPYITAW - RANGOON (YANGON), 18/10/2007 - 26/10/2007)

18 ottobre. Il risveglio a Mektila e' prima delle 6 del
mattino. La prima citta' segnata sulla cartina dove pensiamo
gli stranieri possano sostare per la notte dista piu' di 150
chilometri. Dopo aver fatto una bella colazione a base di
pane e marmellata, saliamo in sella alla bicicletta. Ci
fermiamo a Takton a pranzo dopo 100 km percorsi. Mangiamo
del pane inzuppato nello zucchero con una frittata sopra.
Riso bollito o pasta fritta non c'e'! Mentre Claudio sta
mangiando la terza porzione di pane e frittata si siedono a
tavola con noi tre uomini birmani. Sono ufficiali che
vogliono controllare i documenti. Gli consegnamo i
passsaporti e mentre uno va a farne delle fotocopie, un
altro ufficiale ci dice che li' non possiamo sostare per la
notte e nemmeno a Piynmana (dove avevamo progettato di
dormire la sera). Ripresi i passaporti e pagato il pranzo
ricominciamo a pedalare sperando che di poter dormire in
quella citta'. Piynmana penso sia la nuova capitale
rinominata in Naypyitaw, da marzo del 2006. Sono un po'
cotta e faccio fatica ad arrivare a Piynmana. Arriviamo che
e' praticamente buio. Chiediamo indicazioni per una
guesthouse. Arrivati nella guesthouse il padrone brutto,
grasso e antipatico non ci considera e ridendo ci dice di
ritornare a Mektila. Un ragazzo ospite dell'albergo ci dice
che c'e' una zona di hotel della citta', a 15 km, dove
possono stare gli stranieri. Ha un libro con una mappa ma
non riesce ad indicarci la zona, cosi' ci accompagna da un
gruppo di motorette, dove uno si offre di accompagnarci per
4.000 Kyat (piu' o meno 2 euro e mezzo). E' tardi, buio,
abbiamo gia' fatto 154 km e siamo cotti cosi' decidiamo di
seguirlo. Ringraziamo il ragazzo, che ci lascia il libro con
le mappe della zona. Seguiamo il motorino che ci illumina la
strada. Dopo qualche chilometro percorso su una strada senza
pali della luce ed un po' dissestata imbocchiamo una strada
a quattro corsie per carreggiata tutta illuminata. Superiamo
una rotonda che Claudio definisce come la piu' "bella" del
sud-est asiatico. Intorno a noi solo costruzioni nuove. Dopo
qualche altro chilometro sul motorino del nostro
accompagnatore lampeggia la freccia destra. Arriviamo
all'ingresso di un hotel-resort allucinante. Non vediamo
ancora l'hotel ma la strada per arrivarci ci fa venire un
coccolone. Tutta illuminata di luci soffuse dentro delle
anfore. Pedaliamo a passo d'uomo come se le nostre gambe si
rifiutassero di entrare in quel posto! Arrivati all'ingresso
abbiamo paura a chiedere il prezzo. Non abbiamo "troppe"
alternative. E' gia' qualche ora che pedaliamo con il buio e
non c'e' altro posto per dormire nel raggio di 100 km.
Abbiamo gia' pedalato per 168 km e con le condizioni delle
strade birmane non sono pochi.
Probabilmente prendere un taxi (comunque non semplice da
trovare) per la citta' dopo ci costerebbe la stessa cifra.
Dopo una contrattazione non facile (ma siamo riusciti ad
averla un po' a meno) sul prezzo della stanza, ringraziamo
e paghiamo il signore che ci ha accompagnato e portiamo i
nostri bagagli in stanza. La piu' grande che abbia mai
visto. Per fortuna per cena abbiamo pane e marmellata! Non
osiamo chiedere i prezzi del ristorante dell'albergo,
altrimenti la giornata ci sarebbe costata davvero troppo.
Buonanotte!

19 ottobre. La sveglia arriva al telefono dell'albergo con
"good morning Sir" a Claudio. La colazione a buffet e'
davvero bella. Frutta, succhi, latte, muesli, marmellata,
pane, uova. Ci sono anche pasta e riso fritto, patatine
fritte e pomodori secchi di cui gli ospiti birmani e cinesi
si abbuffano. Povero stomaco! Carichiamo le bici e partiamo.
La strada fino a Toungoo e' abbastanza pianeggiante ed a
parte un tratto di strada di cemento e' come al solito,
asfaltata ma un po' dissestata ed in mezzo ai villaggi.
Siamo un po' cotti e senza energia. E' due giorni che
mangiamo come dei canarini. Dopo 120 km arriviamo a Toungoo.
Troviamo alloggio in una guesthouse molto carina, fatta
tutta di legno in mezzo ai campi. I topi la abitano! Di
notte sentiamo che "si danno di quelle cartelle" correndo
sopra il soffito!

20 ottobre. Appena alzati usciamo sul terrazzo, dove ci
viene offerta una colazione particolare ma abbondante.
Frutti locali: banane, il frutto della passione, ed altri di
cui non ricordo il nome. Pezzi di torta e frittelle fatte in
casa. Non riusciamo a commentare cio' che ci viene servito
(alcune cose squisite altre un po' meno) perche' la
proprietaria sta con noi, un po' a parlarci ed un po' a
fissarci, tutto il tempo della colazione. Mentre assaggio il
frutto della passione i muscoli del mio viso non riescono a
trattenersi e si contraggono tutti assieme senza lasciare
spazio a dubbi! E' troppo acido, come mangiare un limone!
Dobbiamo decidere cosa fare domani. Partiti da qui, possiamo
essere accettati in alberghi solo a Bago, piu' di 200
chilometri da qui. In qualche guesthouse nei posti non
permessi agli stranieri magari vorrebbbero anche ospitarci
ma non possono assolutamente, e' vietato. In un giorno
potrebbero essere anche fattibili, ma dovremmo pedalare
delle ore con il buio e non e' sicuro. Decidiamo di prendere
un pullman fino a Bago.

21 ottobre. Siamo un po' in ritardo cosi' ci impacchettano
la colazione per il pullman. Alle 7 e un quarto siamo seduti
sui sedili dell'autobus. Impieghiamo piu' di sei ore a
percorrere 200 km, ogni 10 minuti siamo fermi per caricare
qualcuno. Le nostre bici prima messe nel portabagalgli sotto
l'autobus vengono poi legate dietro. Devono caricare altre
cose sotto. Per fortuna arrivano a destinazione intatte.
Ogni sedile ha un sacchettino di plastica dove i birmani
sputano delle foglie ripiene di spezie che masticano. Sono
rossi. Se non sono in pullman sputano per terra. La strada
e' cosi' piena di chiazze rosse che se uno non sa che sono
sputi pensa sia sangue. Claudio patisce troppo l'autobus. Il
sacchettino lo usa per rigettare la colazione. Ad una delle
tante fermte un uomo sale sull'autobus e ci regala una
bottiglia d'acqua. Scesi a Bago andiamo dietro l'autobus per
slegare le bici. Due tizi con i trishaw (biciclette con due
sedili a fianco per trasportare le persone) si catapulatano
dietro l'autobus per caricare noi e bagagli. Quando si
accorgono che abbiamo le bici ci rimangono un po' male e
ritornano sotto l'albero dove riposavano. Pedaliamo solo
qualche chilometro per trovare un albergo.

22 ottobre. Veniamo svegliati il mattino alle 8 da un
ragazzo che bussa alla porta per chiederci a che ora
vogliamo la colazione e se vogliamo fare un giro con lui per
la citta' con le motorette. Claudio gli apre, e abbastanza
gentilmente (per uno che e' appena stato svegliato) gli dice
l'ora della colazione e che non vogliamo fare nessun giro.
Prima di pranzo, munito di spazzolino ed aiutato dal padrone
dell'albergo, Cla, lava le biciclette. Facciamo un giro per
la citta' in bicicletta, vediamo alcune pagode e poi ci
feriamo a fare merenda al Cafe' Hadaya. Fa delle buone torte
e paste. E' particolare, fine ma molto povero. Ricorda un
po' le osterie nei film degli anni '50. Usciamo dal cafe' e
la ruota anterioe della bici di Claudio e' sgonfia. ha
bucato. Cosi' ritorniamo in albergo in due su una sella, con
Claudio che pedala ed accompagna la bici. Chi ci vede si
mette a ridere!

23 ottobre. Pedaliamo per 90 km fino a Yangon. La strada e'
bella e pianeggiante. Giriamo piu' di due ore per trovare
una stanza. Sono abbastanza care rispetto al resto della
Birmania, per lo standard che offrono. Alla fine spendiamo
10 dollari per una stanza piccola con due lettini, senza
finestre e bagno in comune. Almeno e' pulita e silenziosa.
Questo albergo accetta solo dollari e non moneta locale
(Kyat). Yangon e' caotica, piena di gente ovunque, auto,
pullman e furgoncini, con gli autisti che gridano la
destinazione, che si fermano in ogni dove per caricare
gente, che spesso sale di corsa quando l'autobus e' gia'
partito. E' abbastanza sporca come citta'. Ci sono
bancarelle su ogni marciapiede che vednono di tutto (e
niente!). Alcune fanno da mangiare, carne e verdure al
curry, pasta fritta e delle cose indistinguibili.

24/25 ottobre. Finalmente riusciamo a collegarci ad
internet. Gli internet cafe' sono apeti. Internet e' molto
piu' economico che nelle altre parti del paese. Giriamo un
po' fra le bancarelle in cerca di alcune piccole cose che ci
servono. Yangon e' tranquilla in questi giorni. Chiediamo a
qualcuno della situazione ora e ci viene risposto cosi':
"per voi (turisti) ora e' tranquillo, per noi e' rimasto
tutto uguale". E' triste.

26 ottobre. Pedaliamo fino all'areoporto internazionale di
Yangon, dove arriviamo verso le 13.30. Passato il
metal-detector dobbiamo pagare una tassa di 10 dollari per
lasciare il paese. Al check-in ci viene chiesto di smontare
le bici. Proviamo a chiedere se possono caricarle cosi' ma
niente. Cla toglie le ruote, gira i manubri, toglie i pedali
e abbassa le selle. Leghiamo con nastri e scotch le ruote al
telaio. Passiamo lo scotch intorno ai freni, catene, pedali
e parti delicate. Speriamo le trattino bene. Decolliamo da
Yangon alle 15.50. Alle 16.30 (ora locale) atterriamo a
Calcutta. Tiriamo indietro di un'ora l'orologio.
Recuperiamo bagagli e bici e Cla le rimonta. Hanno dato un
colpo alla forcella della mia bici ma per fortuna e' solo
rigata, e hanno leggermente piegato qualche dente di una
corona davanti della bici di Cla. Chissa' con che
"delicatezza" le hanno lanciate. E' buio ma la strada
dall'areoporto al centro di Calcutta e' abbastanza
illuminata. E' abbastanza caotica, piena di gente
dappertutto ma mi sento bene. Da piu' senso di liberta'
essere in un paese dove puoi uscire senza prendere un aereo.
Arrivati in Sudder street, dove ci sono tutti gli alberghi
piu' economici e decenti allo stesso tempo, tutti cercano di
chiamarti per qualcosa da comprare o vedere. Dopo un'oretta
e visti una decina di alberghi ci fermiamo in uno in una via
piu' tranquilla. Il nome non ha a che vedere con l'albergo
(hotel Galaxi) ma ad un buon prezzo la stanza e' spaziosa,
abbastanza pulita ed ha il bagno e l'acqua calda.

Pechino - Calcutta: 10.650 km.

Siamo a Calcutta quasi da una settimana, fra qualche giorno
vi racconto un po' di questa citta'...

Patrizia
PATRIZIA (BAGAN - LAGO INLE - MEKTILA, 10/10/2007 - 17/10/2007)

10 ottobre. Ripartiamo da Bagan. Prendiamo una stradina
alternativa, asfaltata ma pochissimo trafficata. E'
praticamente tutta salita ed un po' sali e scendi fino a
Kyukpadaung. Anche se arriviamo all'ora di pranzo chiediamo
per dormire. Mancano ancora 100 km a Mektila e sono tanti.
Come immaginavamo non sono accettati stranieri a dormire in
questa cittadina. Pero' un signore gentile di una guesthouse
ci indica Popa, un paese a 10 miglia (16 km. Le distanze qui
sono segnate in miglia e le altezze in piedi), ai piedi del
monte Popa. Arrivati a Popa, dopo piu' della meta' dei km in
salita, troviamo due alberghi. Entriamo in quello meno bello
a chiedere. Subito ci vengono chiesti 15 dollari, ma
riusciamo a portare il prezzo a 10. La stanza e' molto
grossa ma non li vale! Almeno abbiamo un posto di riparo per
la notte! Il monte Popa e' simile ad un grosso panettone in
mezzo alla pianura, e sua una roccia staccata dal monte e'
stato costruito un monastero. Si sentono le preghiere dei
monaci dal paese.

11 ottobre. Ci alziamo presto e partiamo con il sole appena
alzato. E' discesa per qualche chilometro e ci godiamo un
po' d'aria fresca. Prima di arrivare a Kyaukpadaung vediamo
delle monache che cammianano lungo la strada. Sono vestite
di rosa con la testa rasata. mentre i monaci sono vestiti di
bordeaux. La strada fino a Mektila e' asfaltata ma con tanti
tratti pieni di buchi. Una 20ina di km prima di arrivare un
ragazzo in bicicletta ci si affianca e ci inizia a parlare,
in inglese, ma purtroppo si capisce poco di quello che dice.
Ci chiede un po' di notizie su di noi e ci racconta un po'
della sua famiglia e di cio' che vediamo passando. Le
bambine, i bambini, le ragazze, i ragazzi e le donne hanno
il viso tinto di giallo (e' molto piu' raro vedere un uomo).
E' per proteggersi dal sole. Dopo 117 km arriviamo a
Mektila. C'e' una pasticceria sulla strada principale che fa
dolci deliziosi. Andiamo a letto presto. Domani ci aspettano
quasi 120 km, per lo piu' di salita. Iniziano le montagne.
Il buio arriva prima delle 6, e preferiamo pedalare con la
luce del giorno.

12 ottobre. Iniziamo a pedalare in pianura per piu' o meno
40 chilometri. Ragazzi che vanno a scuola e adulti che vanno
a lavorare in bicicletta fanno a gara per superarci. Ci
superano, poi rallentano, cosi' li dobbiamo risuperare, poi
riaccellerno, ci superano, ecc...fino a quando non arrivano
a scuola o dove lavorano. La strada sale ed un po' scende
sino ad una 30ina di km prima di Kalaw (destinazione
serale!). Per lo piu' asfaltata ma con alcuni tartti
sterrati e di fango. I ragazzi nei villaggi giocano a
passarsi con i piedi una palla di paglia. Sono le 3 del
pomeriggio...inizia la salita, salita e salita fino a Kalaw.
Da tregua solo per 1 km di pianura, un'oretta prima di
arrivare. Passano camion supercarichi di legna, cavoli, e
altre cose. Fanno fatica a procedere in salita ed in discesa
vanno molto lentamente. Ne vediamo uno con una 15ina di
tronchi enormi ribaltato su una curva. Ha creato coda di
camion e pullman sia in un senso che nell'altro. Noi in bici
lo superiamo e continuiamo a salire. Gli ultimi km con la
vista delle luci di Kalaw in lontananza, "le mie gambe"
pensano di essere arrivate e calano il ritmo di pedalata,
cosi' gli ultimi km sembrano interminabili! Arriviamo in
paese al calare del buio. Fa freschino. Siamo a 1320 metri
(da non molti sopra il livello del mare che eravamo questa
mattina a Mektila). Nella stanza della guesthouse dove
dormiamo non c'e' ne ventilatore ne aria condizionata ma due
coperte belle spesse! E' strano tirare fuori dalla borsa il
pile che non mettevo da Pechino!

13 ottobre. Ripartiamo da Kalaw con le gambe un po' stanche.
La strada inzia in piano e poi continua sali e scendi fino
ad una bella discesa di 5 chilometri che finisce in una
valle pianeggiante. Alla fine del piano ci fermiamo a
mangiare in un ristorantino lungo la strada che stranamente
ha il menu in inglese. Ripartiamo convinti che ci apetti una
bella salita prima del lago. Ed invece dopo due chilometri
di salita inizia una discesa di 10 chilometri che si getta
nella valle del lago. Riusciamo ad ammirare solo un
pezzettino dall'alto. Altri 15 chilometri di pianura e
giungiamo a Nyaungshwe. Paese vicino al lago Inle. Prima di
poter entrare in paese dobbiamo pagare una tassa di 3
dollari per la zona del lago. Troviamo alloggio in una
guesthouse molto carina tutta di legno. I padroni sono
gentili e calorosi.

14/15 ottobre. Passiamo due giornate al lago. La sera fa
fresco ed abbiamo bisogno di mettereil pile. Ci sono
pochissimi turisti. Ci sono molte guesthouse e ristorantini
praticamente vuoti. Chi e' fortunato ha due stanza occupate.
C'e' un posto che fa una pizza nel forno a legna fantastica
e la pasta fresca con il pesto. Riusciamo fortunatamente a
connetterci ad internet. Stranamente oggi funziona. E' molto
lento ma almeno riusicamo a scrivere a casa. Nella
guesthouse ci sono secchi, stracci e manichetta dell'acqua.
Cosi' Claudio riesce a pulire le bici. Facciamo un giro
intorno ad un pezzettino di lago con le bici. Sembra che le
montagne nascano direttamente dal lago. Dovremmo essere
quasi a 10.000 km cosi' guardo il contachilometri. E' TROPPO
UN PACCO!! Segna 1 km, dopo 10.000 km si e' AZZERATO! Di
ritorno dal lago
vediamo dei galli appollaiati sulle selle di due bici.
Vengono poi chiamati da un uomo, scendono dalle bici ed
entrano nella capanna del padrone. Un gallo gli va in
braccio e si fa coccolare. Uao, i galli domestici.

16 ottobre. Ripartiamo dal lago. Dietro-front verso Mektila.
La strada che prosegue a est verso le montagne e' vietata
agli stranieri. Pedaliamo bene dopo due giorni di riposo.
Prima di arrivare di nuovo a Kalaw, in un campo in cima ad
una salita, vediamo una partita di calcio: Monaci contro
scolari. Tutti bambini. Prendiamo un po' di pioggia. A
Kalaw dormiamo in un'altra guesthouse. E' gestita da
bangladeshi. Sono un po' strani ma gentili. Fa sempre
freschino. Dormiamo bene con due coperte e la doccia calda
fa molto piacere.

17 ottobre. Il mattino mentre facciamo colazione, uno degli
abitanti della guesthouse chiede a Claudio se puo' riparare
le bici. Loro ne hanno due ed una ha un problema. Il
movimento centrale balla. Claudio gli spiega il problema ma
non ha la chiave apposita e non puo' riparare il danno.
Partiamo con il pile addosso. Fa fresco e ci sono 30
chilometri di discesa. Superiamo dei camion che in discesa
vanno molto piu' lenti di noi. Passano dei pick-up carichi
di gente, oltre che seduti all'interno, seduti sul tetto e
aggrappati dove possibile (un po' come in tutto il paese).
Finita la discesa riniziamo a sentire il caldo.
Togliamo i pile e proseguiamo. Arriviamo a
Mektila al calare del buio. Claudio pulisce come puo', con
degli stracci, le bici che sono piene di terra e fango.
Dopo cena compriamo dei dolci alla fantastica pasticceria e
del pane e della marmellata per colazione. Domani inizia la
strada verso sud, verso Rangoon (Yangon)...

Patrizia
PATRIZIA (ARRIVO IN MYANMAR...MANDALAY - BAGAN, 4/10/2007 - 9/10/2007)

Ciao a tutti,

siamo a Calcutta, in India. Dal Myanmar era difficile
comunicare con internet. Gli interent cafe' erano per la
maggior parte chiusi. Siamo riusciti solamente dal lago Inle
per mezzora e con un collegamento molto lento e da Yangon
dove i computer negli internet cafe' funzionavano (a parte
qualche sito web non accessibile) ed erano abbastanza
veloci. Vi racconto un po' del Myanmar (ex
Birmania), della sua gente e di cio' che ho visto...

4 ottobre, ore 00.30. Non riesco a dormire. Abbiamo deciso
insieme di prendere il volo domani per il Myanmar (ex
Birmania). Ma non ne sono cosi' sicura. Tutto per le
notizie che i media riportano. Ore 1.00, usciamo per le
vie di Chiang Mai a fare una passeggiata. Mi tranquillizzo,
probabilmente non andiamo.

Il mattino al nostro risveglio, dopo aver dato un'occhiata
ad internet, prendiamo le bici ed andiamo all'ufficio
dell'Air Mandalay a Chiang Mai. Vogliamo provare a farci
rimborsare i biglietti. All'Air Mandalay ci mandano
all'agenzia dove sono stati emessi i biglietti. Da li'
veniamo mandati ad un'altra agenzia. Qui, il proprietario ci
dice che ci vuole un mese per avere il rimborso del 50%. Per
i biglietti dell'Indian Airlines da Yangon a Calcutta
possiamo spostare data ma non tratta aerea. Sono le 11. Ci
pensiamo ancora un po'. Spostiamo la data del volo da Yangon
a Calcutta dal 2 novembre al 26 ottobre. Decidiamo di
andare.

Pedaliamo fino in albergo, ci cambiamo, carichiamo i bagagli
sulle bici e andiamo in areoporto. Il nostro volo non e'
ancora segnato. Intanto mettiamo i bagagli in due sacche di
juta e teniamo le borse del manubrio come bagaglio a mano.
Alle bici dobbiamo solo sgonfiare le gomme. Viene aperto il
check-in. Ci sono due donne spagnole, un ragazzo australiano
e un gruppo di turisti russi che prendono il volo con noi.
Le bici le portano due addetti dell'areoporto direttamente
all'aereo. Ore 14.25 decolla l'aereo. In un'ora atterriamo
all'areoporto di Mandalay. Scesi dall'aereo ci controllano
i visti e ci timbrano il passaporto. L'areoporto e'
abbastanza inquietante, enorme, ma vuoto! Recuperati i
bagagli e
le bici, a cui per fortuna non hanno fatto nessun danno,
usciamo dall'areoporto. Sembra di essere stati catapultati
in un'altra epoca. Tutto molto piu' lasciato andare e
vecchio ripetto alla Thailandia da dove arriviamo. Macchine
degli anni '80 con il volante a destra (pero' si guida
tenendo la corsia di destra come in Italia). Quasi tutti gli
uomini indossano un telo che fa da gonna. Sono le 4 del
pomeriggio
e siamo a 50 km da Mandalay. Siccome fra un'ora e mezza e'
buio decidiamo di prendere un taxi.

Carichiamo bici e bagagli dietro ed io e Caludio ci sediamo
insieme sul sedile di sinistra. La strada per arrivare in
citta' e' asfaltata per i primi km fuori dall'areoporto e
poi un
po' a buchi, un po' dissestata ed un po' asfaltata. Ci
facciamo lasciare davanti ad una guesthouse. In 30 secondi
non vediamo piu' bagagli e bici. Ci hanno gia' portato tutto
dentro e sistemato le bici. Vediamo la stanza e decidiamo di
restare (anche se probabilmente non avevamo molta altra
scelta!). Hanno bisogno di turisti, ultimamente ce ne sono
pochi per le notizie tramesse dai mass-media internazionali
al di fuori del paese. Saliamo in stanza.

Dobbiamo cambiare dei dollari in moneta locale. Bancomat o
banche che accettano carte di credito internazionali non
esistono. E nemmeno casse di cambio ufficiali. Cosi' l'unico
modo per avere moneta locale e' cambiare i dollari in hotel,
guesthouse o negozi. Sono ben felici di cambiare la loro
debole moneta in cambio di dollari (guesthouse e hotel
preferiscono
essere pagati in dollari).

Prendiamo 100 dollari e chiediamo in reception a quanto
cambiano il dollaro in Kyat (moneta locale). Ci viene detto
1250. Noi sappiamo 1300. Cosi' decidiamo di andare a fare un
giro. Gli internet cafe' sono KO. Sono stati chiusi dal
governo piu' di un mese fa. Veniamo fermati da un uomo
birmano, Moris, che cammina accompagnando a mano la sua
bicicletta. Ci chiede se vogliamo cambiare dollari o
comprare gioielli. Ci porta in una gioielleria dove ci
chiedono quanto vogliamo cambiare. Alla nostra risposta di
un
pezzo da 100 dollari ci viene proposto il cambio di 1
dollaro per 1340 Kyat. Ci pensiamo un po' e poi accettiamo.
Ci danno prima a noi i Kyat e dopo averli contati uno per
uno, gli diamo i 100 dollari che controllano accuratamente
non siano sgualciti o piu' vecchi dell'anno 2000.
La banconota piu' alta del Kyat e' 1000. Cosi' usciamo con
una mazzetta da 134 banconote infilate dove possibile.

Mandalay come prima impressione sembra abbastanza lasciata a
se stessa. E di ritornare indietro di cinquant'anni. Ci
sono carretti trainati da cavalli, biciclette, macchine
tutte abbastanza datate e la maggior parte con il volante a
destra. I ristorantini sono arredati con tavoli comprati
quando e'
stato aperto il locale e mai piu' cambiati, pavimento di
cemento,
pareti scrostate, o piastrellate con quello che avevano a
disposizione. Pero' puliti e il cibo buono. Qualche
ristorantino all'aperto con tavolini e sedie mignon sui
marciapiedi servono chapati, riso saltato e speziato o pollo
al curry. C'e' poi una gelateria (il gioiello di Mandalay!)
che fa milk-shake (scusate...frappe'), oppure ti serve UNA
pallina di gelato, in una ciotolina di alluminio, al gusto
che vuoi.

Alcune volte al giorno va via la corrente per qualche minuto
o per qualche ora e poi ritorna. A Mandalay ed in tutto il
paese.
Sono molto piu' tranquilla di ieri o stamattina. La gente e'
molto gentile e cordiale. Si vedono pochissimi turisti. Si
va a letto presto..e' stata una giornata lunga!


5 ottobre. Ci alziamo prima delle 9 per fare colazione. Al
contrario della Cina e del resto del sud est asiatico dove
le guesthouse non servivano mai la colazione, qui
praticamente tutte includono nel prezzo la colazione. A
parte le uova (che costantemente ti danno per colazione!!)
che restano un po' sullo stomaco, pane, marmellata, frutta,
te e caffe' li apprezziamo molto!

Usciamo per pranzo, dove nel percorre non piu' di 500 metri
prima di fermarci in un ristorantino, ci viene chiesto tre
volte di cambiare dei dollari e due di prendere un taxi. Un
uomo ci accompagna nel ristorantino e ci chiede se vogliamo
fare un giro per la citta' o nei dintorni e che ci parla
della situazione del paese. Dopo qualche contrattazione
accettiamo. Ci viene detto che a loro non piace il governo e
che non hanno molte liberta'. Ma chi ha famiglia e bambini
piccoli ci pensa prima di andare nei cortei a protestare.
"SE NON TORNASSIMO A CASA LA SERA COME FAREBBERO I NOSTRI
FIGLI?". Lui, dopo l'aumento del carburante di agosto, ha
dovuto dare via il suo taxi perche' non si puo' permettere
il costo della benzina. Cosi' ora lavora con il figlio su un
solo taxi. Il figlio guida e lui parla inglese con i
turisti. Ci racconta che dopo essersi laureato in matematica
ed aver insegnato per cinque anni, ha lasciato il lavoro per
fare il tassista. Prendeva troppo poco e non riusciva a
mantenere la sua famiglia.
Ci porta a visitare dei market dove lavorano i gioielli e la
pietra. Sono areee dove ci sono tante baracche tutte assieme
e tanta gente che ci lavora o passeggia. Due negozi di
artigianato locale, in uno ci sono tutte delle marionette in
legno (purtroppo impolverate) e statue scolpite nel legno.
In un altro alcuni oggetti fatti con il cuoio battuto a
mano. Mette un po' di tristezza vedere negli occhi di alcuni
la tristezza e l'impotenza. Finito il giro ringraziamo la
nostra guida e ritorniamo in albergo.

Dobbiamo cambiare ancora 300 dollari per la nostra
permanenza in Birmania, ed il cambio migliore e' qui a
Mandalay, oltre che a Yangon (dove pero' arriveremo solo
appena prima di lasciare il paese). Cerchiamo Moris che ci
accompagna in un altro negozio, che esporta tubi in Malesia,
dove ci viene fatto il cambio di 1 dollaro a 1340 Kyat.
Siamo seduti nel negozio. Dopo un po' arriva una donna che
consegna delle mazzette di Kyat al proprietario del negozio.
Le contiamo una per una e alla fine consegnamo i trecento
dollari al proprietario.

6 ottobre. Decidiamo di cominciare la nostra avventura in
Birmania. Saliamo di mattina presto in sella alle nostre
bici. Dopo 50 km arriviamo a Kyaukse (a sud di Mandalay). Ci
fermiamo a pranzare e poi decidiamo di fermarci qui per la
notte. Il prossimo paese di una certa dimensione e' troppo
lontano. Cerchiamo da dormire ma in tre specie di guesthouse
ci dicono di no. Decidiamo di andare a chiedere alla
polizia. Un tizio nella stazione di polizia ci accompagna in
un altra specie di hotel dove pero' il padrone ci dice molto
gentilmente in inlgese che non puo' accettarci. Ritorniamo
alla polizia dove dopo qualche minuto di attesa ci dicono
che in quel paese non possono accettare stranieri per la
notte. Un ufficiale ci dice che e' un ordine e non possono
farci niente. Dietro front di 50 km fino a Mandalay. E'
troopo tardi per proseguire. Che brutto pedalatre per 50 km
indietro. Al calare del buio siamo di nuovo a Mandalay. E va
beh. Decidiamo di alzarci presto la mattina dopo per
riuscire ad arrivare a Myngyan (cittadina dove dovremmo
essere accettati per la notte) prima del buio.

7 ottobre. Partiamo prima delle 8 da Mandalay. Alle 10 e
mezza simao a Kyaukse dove compriamo i rifornimenti d'acqua.
Dopo un'altra 20ina di km, svoltato verso ovest, un vento
forte da sud rallenta un po' la marcia. La strada e'
asfaltata ma stretta e con qualche buco. Lungo la strada
solo qualche piccolo villaggio e pastori con buoi e capre.
Alle 6 di sera inizia a calare il buio e mancano ancora una
decina di km. Accendiamo la pila ma evitare i buchi e le
biciclette che passano senza pila (praticamente tutte) non
e' semplice. Arriviamo a Myngyan, io molto scoppiata e
stanca dopo 168 km. Troviamo una guesthouse, ma e' al
completo. un ragazzo in bicicletta a cui chiediamo ci
accompagna in un'altra gursthouse. Vuole 10 dollari per una
stanza che non li vale ma siamo scoppiati e non c'e' altro
posto per dormire! In paese compriamo dell'acqua e del latte
e biscotti per colazione. Per cena mangiamo del riso bollito
e della carne (per fortuna non piccante o speziata). Cena un
po' povera per due che hanno appena fatto tutti quei km, ma
di meglio non riusciamo a trovare. Dormiamo come due ghiri.

8 ottobre. In mattinata, non troppo presto ripartiamo da
Myngyan. La strada incomincia dopo qualche chilometro
sterrata. Alcuni tratti sono sabbiosi ed altri pieni di
buchi e sassi. Intorno a noi e' tranquillo e silenzioso, a
parte il rumore di qualche bicicletta o motorino che passa.
Incontriamo qualche villaggio lungo la strada e dei carretti
di legno trainati da buoi. Per pranzo riusciamo a trovare
delle banane. Che ci riempiono un po' lo stomaco fino al
nostro arruvo a Nyang U, cittadina a pochi chilometri dalla
vecchia Bagan e dai suoi templi. Ci sono molte guesthouse e
ristorantini. Carini ma poveri, a volte il pavimento e' di
terra battuta. Bagan una volta era chiamato Pagan, ma come
altri nomi di citta' (la citta' principale del paese Rangoon
ora e' Yangon), fiumi o lo stesso paese (una volta Birmania,
ora Myanmar), e' stato cambiato dal governo al potere.

9 ottobre. Dopo una bella colazione a base di frutta locale
scendiamo in reception per chiedere un po' di informazioni
su Bagan. La gentile signora alla reception ci da una mappa
e ci segna i templi piu' interessanti da visitare. Paghiamo
una tassa di 10 dollari a testa per la zona archeologica di
Bagan (sia se si visitino o meno i templi, chi dorme in
hotel o guesthouse nei paesini limitrofi a Bagan deve pagare
la tassa per la zona archeologica). Sleghiamo le bici e
scopriamo che la mia ruota e' bucata. Cosi' prima di partire
Claudio la pezza. Pedaliamo in mezzo all'infinita' del
complesso dei templi di Bagan. Ce ne sono piu' di 4.000. Di
tutte le dimensioni. Dall'alto e' fantastico. Si vedono
templi fino che l'occhio puo' vedere. In alcuni ci sono
budda giganti, su altri si puo' salire fino alla cima. Pochi
turisti e buoi e pecore che pascolano in mezzo ai templi.
Torniamo in albergo che e' gia' calato il buio. Per loro e'
mormalissimo pedalare al buio senza l'ausilio di luce
artificiale. Per noi e' un po' piu' faticoso evitare i buchi
nell'asfalto ma poi l'occhio si abitua al buio...

Patrizia